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Giulia Ghini
La profezia si è avverata: per ogni persona al di sotto dei trent'anni oggi vivono cento anziani. La statistica comprende anche l'Africa, che gonfia il dato con un flusso di neonati senza speranza. Quindi è normale che Saverio, attraversando la piazza affollata, intrufoli i suoi vent’anni tra un groviglio di rughe, grigiore e calvizie, sguardi occhialuti e profumi di lavanda. L'insegna al neon, dietro l'angolo della cattedrale, lo accoglie come un canotto di salvataggio nel mare della senescenza. Saverio si riscalda con quel bagliore prima di scomparire oltre la soglia.
Il colpo d'occhio è, al solito, deprimente: uno schieramento infinito di postazioni video e solo dieci, quindici al massimo sono occupate. Il resto è vuoto, ronzìo di macchine e un vago odore di lavanda. Anche qui, maledetti vecchi. Dovrebbe esserci il divieto di ingresso ai maggiori, in un posto così.
Saverio non era nemmeno nato, e nemmeno suo padre, quando la catena Syberia diventò un fenomeno planetario. Quell’epoca ormai viveva solo nelle memorie vacillanti dei nonni, che non ne parlavano quasi più, vergognandosi di avere creduto, da giovani, a miraggi come “la comunità cibernetica”, “il villaggio globale”, “la fratellanza universale”. Eppure sembra che, al tempo, folle sterminate di ragazzi facessero la coda per ore, pur di sedersi a un terminale. File serrate, gomito a gomito, voltandosi le spalle, evitavano gli sguardi per fissare lo schermo, digitare, digitare, cercarsi e conoscersi altrove: nei salotti virtuali, nelle piazze cibernetiche, negli spogliatoi intercontinentali. Poi successe che i computer entrarono in casa, si appiattirono per appoggiarsi ai tavolini dei bar e sulle ginocchia, si ridussero per stare sul palmo della mano: la grande catena Syberia diventò inutile, arrivò all’orlo del collasso. Sopravvisse solo grazie ai diseredati e ai migranti che usavano la rete per telefonare a casa.
Dopo le SGS però, le Sette Guerre Simultanee del 2020-2025, Syberia riuscì a riprendersi, anzi, nel giro di pochi anni tornò ad essere una necessità. Le grandi case ci misero un po’ a frenare la corsa all’aggiornamento dei programmi e al potenziamento dei processori. Quando l’ultima obsolescenza programmata ebbe fatto fuori l’ultima generazione di computer, semplicemente la gente non ebbe più i soldi per rimpiazzarli. Nemmeno con le scatolette da cento dollari con dentro un grammo di software del progetto “connecting Africa”. Carte prepagate alla mano, si tornò a frequentare Syberia. Non c’erano più code però, c’era tanto posto per i reduci del crollo demografico. Dicevano che le SGS non avessero fatto molti morti, non nella parte del mondo che conta. Avevano solo gettato sul lastrico il pianeta. Però qualcosa doveva essere successo perché i giovani non c’erano più. Uno ogni cento. Al Nord anche qualcosa di meno.
Saverio si guarda intorno: si è sempre sentito diverso, lui. A lui piace guardare gli altri, cerca di guardare negli occhi, Saverio. Forse è per questo che ha pochi amici. Da ragazzino, seguendo i consigli del nonno, si era messo anche a parlare alle ragazze. Avevano sempre un buon odore, le ragazze, che lo faceva tutto rimescolare. Rimediò qualche schiaffone, molte e-mail di minacce e un calcio nella schiena, quindi decise di lasciar stare, almeno per il momento. Ma non ha perso le speranze, non ha smesso di sentirsi un po’ diverso e non ha smesso di guardarsi intorno: eccolo là, ecco da dove viene il puzzo di lavanda. Un vecchio si riposa, ad occhi chiusi, provato da un sybercontatto troppo impegnativo per la sua età. Grasso, sudato, affannato, ripugnante. La testa è lucida e rossa come un pomodoro gonfio. Non si è rassegnato né all'età né al peso e indossa una maglietta con i colori della bandiera americana. Dovrebbero sbatterlo fuori. Perché non se ne va al bar con gli altri vecchi per una birra e un videogame? Syberia è un posto per giovani. Cioè, è come una specie di riserva indiana, ma almeno qui la statistica dell’uno a cento, un giovane contro cento vecchi, non funziona. Però Saverio sembra il solo a rendersene conto: tutti continuano a voltarsi le spalle, a non guardarsi, a non parlarsi, a cercarsi altrove. Come la ragazzina sulla sedia a rotelle che è sempre lì, in prima fila, con la frangia nera sull’occhio sinistro e i tre piercing all’altro sopracciglio, che circonda sempre lo schermo con una cornicetta di piumino rosa prima di annegare nel cristallo liquido e negli amori immaginari che intravede sul fondo.
La voce della colonnina per le carte prepagate lo scuote: "Ciao Saverio. Benvenuto in Syberia. Sybercontatti?"
Saverio vorrebbe fare a meno di quell’atmosfera da museo delle cere, ma inserisce la carta ed entra. Supera le prime file, si guarda intorno. Nessuno alza gli occhi verso di lui, non sta bene, è imbarazzante, perché poi? Ma lui guarda e vede un ragazzo magro, con gli occhiali spessi e sulla schiena, aggrappato alle costole sporgenti, il tatuaggio di un alligatore che sbuca dalla canottiera troppo larga. Un altro, seduto sghimbescio, digita con la mano sinistra, mentre con l’indice destro segue il testo su un libro aperto. La spilungona con il turbante, che per usare la tastiera si è tolta le unghie posticce e le ha allineate sotto lo schermo come zanne estirpate: sono blu e su ognuna di esse è raffigurata una costellazione in filigrana d’argento. Poi c’è lei.
Saverio sceglie la solita postazione, giù in fondo, poco distante, per guardarla meglio. Saverio farebbe a meno di Syberia se non fosse per quella ragazza pallida con i fianchi rotondi. La prima volta che l’aveva vista aveva sentito un boato silenzioso e un profumo fresco di limoni, aveva alzato gli occhi e l’aveva seguita, mentre il ristagno di lavanda intorno a lui si assottigliava. Era rimasto tutto il tempo ad ammirare la curva liscia della schiena stretta in una maglina azzurra, mentre lei sedeva al terminale e, come tutti, si dedicava ad una muta conversazione, lì, come adesso, triste, costante, incatenata alla tastiera.
Oggi indossa un vestito nero, molto stretto, ed ha le spalle avvolte in un ampio foulard a rose gialle. “Rose che profumano di limoni” pensa Saverio, e si lascia abbracciare con piacere da quel pensiero. Sullo schermo qualcuno sta cercando di attaccare discorso: “Ciao, sono Moe. Amo il free-climbing e corro la maratona in meno di quattro ore. E poi ballo la capoeira. Tu?”
Saverio è perplesso: “Uno scalatore, corridore, ballerino e lottatore? La prossima volta devo ricordarmi di decrossare Sport, Fitness e tutte quelle balle lì.”
È già esausto, non ha mosso un muscolo ma deve riposare gli occhi sul profumo dei limoni, sulla mezzaluna di pelle che intravede tra la maglia nera e il confine dei capelli raccolti sulla nuca.
Decrossare. In Syberia, prima di brancolare nello spazio virtuale, il Sybernauta deve compiere un rituale di accesso che un tempo era pratico, veloce, allora si diceva “amichevole”. C’era una lista di temi per selezionare le persone con le quali entrare in contatto. Era un elenco breve, si poteva mettere una croce sul quadrettino a fianco di ogni scelta con un clic. Così ci si illudeva di dominare la macchina, di essere al comando del proprio itinerario, di scegliere gli altri, di offrirsi volontariamente. Nella lista c’erano parole come “amicizia”, “incontri”, “politica”, “cucina”, poco altro. Poi qualcuno decise che il programma poteva essere più democratico, più partecipativo: chiunque poté proporre argomenti, poté inserire parole filtro, parole chiave, parole civetta, parole esca, parole censura. La lista divenne lunghissima, pagine e pagine di parole d’ordine e di preghiera, di tentativi disperati ma in ordine alfabetico di dare un nome alla propria mano tesa. Solo le parole non cliccate per più di un mese sarebbero state eliminate dal sistema. Un giorno “amicizia” scomparve ma nessuno se ne accorse.
Poi qualcun’altro decise per un’altra grande innovazione: tutte le parole di quel glossario chilometrico sarebbero state selezionate per default, vennero cioè offerte tutte già con la loro brava crocetta. Migliaia di scelte già fatte. Era una questione psicologica, dissero: senza quell’espediente il Sybernauta entrava in un mondo vuoto, un mondo che avrebbe dovuto popolare lui, faticosamente, con le sue scelte, con i suoi clic. Costretto a prendere decisioni, per far comparire, a comando, un’intera categoria di indigeni: “vegetariani”, “tracheotomizzati”, “gemelli” e via di questo passo, senza sorprese, senza colpi di scena. Troppo controllo, troppa responsabilità, meglio il contrario: tutte le parole sarebbero state crocettate a priori, un mondo pieno, variegato, strabordante, una festa in cui sgomitare come pazzi. E il grande strumento di potere del Sybernauta sarebbe stato quello di decrossare, togliere la crocetta, segmentare, escludere, cacciar via, sbattere porte in faccia. Ovviamente, con qualche migliaio di porte da chiudere, senza un comando “decrossa tutto”, ogni Sybernauta si sarebbe limitato a qualche svogliato cliccamento qua e là, i più meticolosi avrebbero dedicato un minuto in più a spulciare la crusca, ma in generale la rete sarebbe rimasta bella piena di pesci, per le pesche miracolose di sondaggisti e pubblicitari.
Saverio oggi ha decrossato per un quarto d’ora buono prima di offrirsi al Sybercontatto: alimentazione, compravendita, confessione e assoluzione, tutto via. Consulenza legale, cure mediche, via. Proselitismo, ricerca lavoro, sesso esplicito, vita clandestina e ancora avanti, polverizzando decine e decine di crocette perché quello che cerca lui sta lì, negli interstizi delle scelte sociali, nell’insicurezza del non codificato, nell’ombra delle cose che non sono più importanti.
Un altro clic sull’apposito pulsante e il contatto con “Moe” è interrotto, lo schermo di Saverio è di nuovo sgombro. Mentre i suoi occhi si posano sulla nuca della ragazza pallida, il messaggio automatico “no grazie” avrà già raggiunto lo scalatore che balla al suono dei tamburi brasiliani, e lo starà rincuorando con dieci secondi di animazione umoristica sponsorizzata.